Un luogo della memoria nel territorio reatino conosciuto da pochi. Intervista a Roberto D’Angeli, esperto di storia contemporanea e scrittore del saggio “Il campo di Farfa. Dall’internamento fascista al Centro Raccolta Profughi Stranieri”.

1.Durante gli anni sessanta il campo era centro di raccolta per profughi stranieri 2.Il campo nei tempi recenti

Nascosto nella campagna di Granica, una piccola frazione di Castelnuovo di Farfa a circa 50 chilometri da Rieti, si trova uno dei sessantatré campi di concentramento progettati e realizzati durante il periodo Fascista e gestiti dai Ministeri della Guerra e dell’Interno. Una struttura ormai fatiscente circondata dal muro e dal filo spinato costituita da diversi edifici, che sfugge alla vista passando per la strada principale. 

La gente del luogo non ne sa quasi nulla; i più anziani si ricordano di un posto in cui nel secondo dopoguerra venivano ospitati profughi stranieri. Quasi nessuno ha conoscenza del fatto che la struttura fu costruita durante gli anni del Regime. Una memoria confusa e poco precisa, che trova riscontro in una scarsa letteratura sull’argomento e di cui c’è traccia solo nei documenti ufficiali d’archivio.

Roberto D’Angeli, giovane reatino esperto di storia contemporanea, nel 2018 ha pubblicato per l’editore Funambolo il saggio “Il campo di Farfa. Dall’internamento fascista al Centro Raccolta Profughi Stranieri”, restituendo a questo luogo, deturpato dal tempo e sbiadito nella memoria, la giusta storia. 

Un lavoro di ricostruzione di valore in cui l’autore, attraverso una ricerca certosina tra l’Archivio Centrale dello Stato a Roma e quello di Rieti, assieme alle interviste fatte agli abitanti dei luoghi circostanti, ha cercato di ridare il senso perduto al luogo, ricollocandolo all’interno dello spazio geografico e umano in cui è sorto. 

La copertina del libro e l'autore

 

Come è nato il tuo interesse per il campo di concentramento di Farfa?

 Ho sempre avuto un interesse per la storia e la Shoah in particolare già da quando avevo 13-14 anni. Un giorno entrando in libreria, ho trovato il libro “I campi del Duce: l'internamento civile nell'Italia fascista, 1940-1943” scritto dal professore Carlo Spartaco Capogreco; sfogliandolo mi sono accorto che in una piantina in cui erano stati segnati i campi di concentramento presenti sul territorio italiano durante gli anni del Fascismo, c’era anche quello di Farfa; alla mappa però seguiva solo una breve scheda da cui si potevano ricavare poche informazioni. Questa è stata la prima volta in cui sono venuto a conoscenza dell’esistenza del campo reatino, di cui fino a quel momento non avevo mai sentito neanche nominare. 

Nel 2012-13 lavorando alla Fondazione “Museo della Shoah”, insieme ad alcuni studenti delle scuole di Rieti e Passo Corese ho sviluppato il Progetto “Geografia della memoria del Lazio” indetto dalla Regione, il quale consisteva nel parlare di un luogo, all’interno della provincia, che fosse legato alla persecuzione degli ebrei. 

È stato proprio in quest’occasione che abbiamo deciso di occuparci del campo di concentramento di Farfa. 

Come nasce l’idea del progetto “Geografia della memoria del Lazio”?

Come Fondazione “Museo della Shoah” ogni anno organizzavamo diversi progetti con le scuole e viaggi della memoria. Durante queste visite ad Auschwitz-Birkenau ci siamo accorti che molti ragazzi, anche i più preparati sull’argomento, concepivano la persecuzione degli ebrei come qualcosa di distante dalla loro vita sia nel tempo che nello spazio. Da qui l’idea di lavorare sulla realtà del campo di Farfa, situato a pochi chilometri dal capoluogo reatino; lo scopo era dimostrare ai ragazzi che l’orrore, apparentemente consumato altrove, aveva avuto luogo in realtà molto più vicino di quanto si pensasse. Gli ebrei stranieri presenti nel campo di Farfa furono circa una ventina; la maggior parte è riuscita a scappare dopo l’Armistizio e a raggiungere gli Alleati, mentre uno è stato rintracciato dai tedeschi e deportato ad Auschwitz, luogo da cui non è più tornato.

Quando è stato costruito il campo di Farfa e con quale finalità?

Il campo di Farfa nasce come centro di internamento per soggetti ritenuti pericolosi e sospetti per il periodo bellico, prigionieri politici, civili appartenenti a nazionalità nemica ed ebrei stranieri. Già nella primavera del 1941, secondo quanto riportato dai documenti, a Granica era stata individuata un’area in cui costruire un campo di concentramento per ospitare circa 2700 persone. A causa anche di diverse questioni legate all’acquisto del terreno, però, i lavori, successivamente appaltati alla ditta Parrini, rimasero fermi fino al maggio del 1943, quando il Ministero dell’Interno decise di far confluire un centinaio di internati da altri campi tra cui carpentieri, muratori, elettricisti, idraulici capaci di portare avanti autonomamente la costruzione degli edifici. Con l’Armistizio del settembre del 1943 viene però bloccato ogni progetto e molti degli internati, a causa della mancanza di sorveglianza, riuscirono a fuggire. Come campo di concentramento fascista funzionò dunque solo per pochi mesi, da giugno a settembre del 1943.

Cosa ne è stato del campo dopo il 1943?

Da campo per prigionieri civili di guerra è diventato un campo profughi. Nel periodo tra l’Armistizio e la fine della guerra rimase abbandonato, poi successivamente a causa dell’alto numero di sfollati presenti sul territorio italiano, molte strutture utilizzate precedentemente come campi di concentramento, tra cui quella di Farfa, vennero adibite a centri di accoglienza per profughi. La ditta Parrini che aveva avuto l’appalto durante il periodo fascista, riprese i lavori e completò il campo, pronto ad ospitare centinaia di persone. Migliaia furono le persone che non poterono o non vollero tornare a casa dopo la Seconda guerra mondiale perché nei loro Paesi si era instaurato un Regime che li avrebbe perseguitati. Fu il caso ad esempio di molti jugoslavi che non rimpatriarono a causa della nascente dittatura titina. A questi si aggiunsero gli ex deportati dei lager, i reduci, gli italiani rimpatriati dalle colonie africane e greche e i prigionieri di guerra tedeschi che venivano considerati “indesiderabili” e di cui andava controllata la fedina penale. 

Per quanto tempo rimase attivo come campo profughi?

Per un periodo si è ritenuto che fosse rimasto aperto come campo profughi fino alla fine degli anni ’60 ma in realtà, con una documentazione più accurata ho dimostrato che durante gli anni ’80 era ancora funzionante e veniva utilizzato come centro di accoglienza per immigrati.

Oggi la struttura è ancora presente ed è di proprietà del Ministero dell’Interno a cui, come Fondazione, assieme ad altre associazioni, abbiamo spesso chiesto di sistemare gli edifici fatiscenti per farne un luogo della memoria. Dopo un primo interessamento, però, questo progetto non è mai andato in porto. Per qualche anno la struttura è stata usata come rimessa per i veicoli della Polizia, oggi invece funziona come magazzino. 

Nel 2013 il Comune di Castelnuovo di Farfa e il sindacato della CGIL hanno messo all’esterno una lapide con una frase per ricordare le persone perseguitate transitate nel campo durante la guerra e ogni anno il 27 gennaio in occasione del Giorno della Memoria si celebra la commemorazione.

Nel libro hai inserito l’intervista alla figlia di una delle donne che negli anni ’50 viveva all’interno del campo. Quale concezione aveva la popolazione locale dell’epoca di queste donne?

Ho intervistato la figlia di Wanda Juricic, una ragazza slava profuga politica che era stata mandata a Farfa. Negli anni dell’internamento aveva conosciuto un uomo del luogo, ex militare nei carabinieri, del quale era rimasta incinta. Sposatasi e lasciato il campo, fu una delle pochissime che decise di stabilirsi definitivamente a Castelnuovo.

Il campo di Farfa dopo la Seconda guerra mondiale divenne prevalentemente un campo femminile e per nuclei familiari almeno fino agli anni ’70, quando vi furono mandate anche molte persone dell’est Europa e africani. Le profughe potevano andare in giro nel paesino vicino alla struttura rispettando gli orari di entrata e di uscita del campo ma gli abitanti locali erano diffidenti, le guardavano con sospetto e pregiudizio, le facevano sentire straniere, molti “ci provavano” o le consideravano tutte delle “poco di buono” solo perché alcune di queste ragazze si prostituiva.

Una scena dal film Stromboli

 

Hai qualche storia curiosa da raccontare su questo luogo?

Nel 1949 all’interno del campo di Farfa è stato girato “Stromboli” un film del grande regista neorealista italiano Roberto Rossellini e in cui ha recitato l’attrice svedese Ingrid Bergman. La storia parla di una profuga lituana internata che si innamora di un uomo italiano ex prigioniero di guerra, lo sposa e va ad abitare con lui nella sua isola natale. Nella prima parte del film si vedono molto bene l’interno delle baracche e la chiesa, il cancello del campo e le internate che per l’occasione recitarono come comparse; molte delle donne del campo furono fotografate e apparvero sulle copertine delle riviste di tutto il mondo insieme alla bellissima Ingrid Bergman. A causa di questa pellicola, inoltre, la storia di Farfa si inserì all’interno di una più ampia che all’epoca fece molto scalpore su tutti i rotocalchi internazionali: Rossellini, che da anni era accompagnato all’attrice Anna Magnani a cui aveva destinato il ruolo di protagonista, assegnò il personaggio alla Bergman, di cui si era innamorato. Vedendosi portar via la parte, la Magnani per ripicca volle girare a Lipari il film “Vulcano”, diretto da William Dieterle, riprendendo lo stesso soggetto del film di Rossellini e facendolo uscire nello stesso periodo.

Perché per te è tanto importante raccontare questo luogo?

Innanzitutto, ritengo che il campo di Farfa faccia parte della storia del territorio e che sia purtroppo una realtà che pochissimi conoscono e di cui circola una scarsa documentazione. La struttura è ancora lì, abbastanza integra, e già questo basterebbe per far sorgere una curiosità che possa spingere raccontarne la storia, le ragioni che hanno portato alla sua costruzione e i vari riadattamenti subiti nel corso del tempo. Penso che sia molto importante edificarne una memoria storica, attività che nelle altre parti d’Italia a differenza di Rieti, è stata portata avanti dagli Istituti storici di Resistenza, i quali si occupano, tra l’altro, di raccontare e recuperare questi posti. Di solito i luoghi della memoria sono piuttosto ben conservati e valorizzati, frequentati e visitati da tante persone ogni anno; questo però non vale per il campo di Farfa, sul quale, prima della mia pubblicazione, era sceso un colpevole oblio. Spero che questo mio contributo, possa anche spronare gli amministratori locali ad attivarsi perché si possa avere finalmente, anche nel nostro territorio, un istituto di storia contemporanea che faccia ricerca in modo scientifico e pianificato.