Una mattina i partigiani del Raggruppamento Monte Soratte si svegliarono e decisero che avrebbero scacciato l’invasore nazista dalla montagna. Era un’impresa difficile. Sul monte c’erano più di mille soldati scelti, la guardia personale del Feldmaresciallo Kesselring, dotati di armi all’avanguardia e sempre all’erta. I nidi di mitragliatrice erano mimetizzati nelle strade e non ci si poteva avvicinare senza essere avvistati, perfino le capre, nel loro sciocco brucare l’erba, avevano tolto la possibilità di strisciare non visti. Per prendere la montagna non sarebbe bastato un esercito intero. I partigiani, guidati dal Dott. Gelsomini, decisero di giocare d’astuzia. Con la complicità di alcuni Santorestesi che avevano fatto i lavori alle tubature, riuscirono a trovare il serbatoio che portava l’acqua dell’acquedotto pubblico fino al covo dei nemici. Nella notte del 6 gennaio 1944 i partigiani riuscirono ad avvelenare quell’acqua. Appena i nazisti se ne accorsero chiusero frettolosamente le valvole delle tubature. Ingenui partigiani, non sapevano che il Bunker aveva un sistema di raccolta dell’acqua piovana che andava a riempire una cisterna di riserva, mai usata prima d’ora, pienissima. Fallito questo tentativo di espugnare il bunker, i tedeschi iniziarono a setacciare i dintorni per cercare i responsabili. Il dott. Gelsomini fu tradito da un delatore e consegnato ai tedeschi dopo aspre torture fu trucidato assieme ad altri 333 alle fosse Ardeatine.

 

Caricamento sulle fortezze volanti delle bombe 1000 lb. (Foto ricavata dal libro "Il bunker del Soratte. Una montagna di storia" e utilizzata con il permesso degli autori)

 

Arrivò la primavera del 1944, la neve dalla cima del Monte Soratte si scioglieva, il bosco e la natura continuavano la loro vita incuranti delle guerre dell’uomo. Spie alleate erano al lavoro mischiate tra gli operai del Bunker e mandavano report puntuali sulla situazione dei lavori. Quella fortezza dentro la montagna aveva molteplici ingressi, batterie mimetizzate nella roccia, porte taglia fuoco, doppi soffitti e un protocollo di azione in caso di bombardamento in cui l’unico punto debole era un possibile errore umano. L’alto comando alleato tuttavia era certo di poter stanare Kesselring dal suo covo come un gatto con il topo e assestare un duro colpo alle forze naziste in Italia. Consapevoli che sarebbe stato difficile abbattere il bunker gli statunitensi decisero di utilizzare la tecnica di bombardamento Firestorm: creare sulla montagna un colossale incendio che si sarebbe autoalimentato e trasformare il Bunker in un forno. La mattina dell’12 Maggio 1944, oltre cento bombardieri B17 (chiamati fortezze volanti) carichi di bombe da 500 e 1000 chili, altri quattro B17 carichi di barili di carburante per l’incendio e 14 caccia P-38 di supporto, partirono dalla Puglia diretti al Soratte. Arrivati in prossimità della montagna una fitta nebbia oscurava la zona e rendeva difficile identificare l’obiettivo. Gli aerei deviarono verso Civitavecchia, gettarono tonnellate di bombe in mare e fecero ritorno alla base. Ripartirono nel pomeriggio e furono di nuovo sopra la montagna stavolta in piena luce. A gruppi di sei gettarono il loro carico di bombe, prima i barili di carburante poi l’esplosivo, in pochi secondi quella che era stata la montagna sacra ad un dio infernale si trasformò in un vero inferno di fiamme. Il paese di Sant’ Oreste non fu toccato dalle fiamme ma i suoi abitanti videro la loro montagna prendere fuoco, soldati tedeschi che erano di guardia fuori il bunker correre verso di loro, infuocati e disperati. Il bombardamento durò solo un minuto ma il fuoco rimaneva, fortissimo. 

 

Il Feldmaresciallo Kesserling nel suo ufficio dentro il Bunker, le finestre nei locali dentro il bunker erano illuminate artificialmente per far mantenere agli occupanti il ritmo notte-giorno (Foto proveniente dal BundesArchiv, bild1011-1980-28 e presa dall'associazione "amici del Bunker Soratte" , ricavata dal libro "Il bunker del Soratte. Una montagna di storia" e utilizzata con il permesso degli autori)

 

Vedendo questo spettacolo terribile, udendo urla lontane provenire dalla montagna il parroco del paese si gettò tra le fiamme, diretto al bunker pensando di avere molte anime cui dare l’ultima benedizione. I soldati morti furono circa un centinaio.  Salvo alcuni piccoli crolli del controsoffitto dove lo strato di roccia era più sottile, il bunker era intatto. Il fuoco ci mise dei giorni per spegnersi e quando lo fece fu chiaro a tutti che la situazione non sarebbe più stata la stessa. Il monte Soratte non era più coperto di boschi ma di cenere, le artiglierie esterne erano distrutte e tutti gli operai che lavoravano alle gallerie erano spariti. Le perdite umane non erano state gravi, tuttavia il Feldmaresciallo sapeva che il suo rifugio non era più segreto. Nei giorni successivi gli alleati attaccarono in forze i nazisti sulla linea Gustav, Kesselring continuava a dirigere la difesa dal Bunker ma quando gli alleati arrivarono a Roma decise infine di andarsene, lasciando il monte Soratte per spostarsi più a Nord e continuare la guerra.