Luigi Papa racconta la sua esperienza di infermiere presso l’ospedale Bel Colle di Viterbo durante la pandemia da Covid-19.

 

 

Il 12 maggio, in occasione della “Giornata Internazionale dell’Infermiere” ho intervistato Luigi Papa, un ragazzo di 35 anni, laureato in Scienze Infermieristiche presso la “Sabina Universitas” di Rieti e infermiere di Pronto Soccorso all’Ospedale Bel Colle di Viterbo.

Ciao Luigi, com’è la situazione attuale in ospedale a seguito della diffusione del Covid-19?

In queste ultime settimane è migliorata e appare sotto controllo. A metà marzo però, da un giorno all’altro ci siamo trovati a dover gestire un’emergenza sanitaria di grande portata, sommersi da una consistente mole di lavoro e spiazzati dal fatto che il Sistema Sanitario avesse sottovalutato quanto stava accadendo. Una volta presa coscienza della gravità della situazione e dell’aggressività del virus, però, ci siamo organizzati e abbiamo cercato di gestire al meglio la situazione.

Sei entrato a contatto con pazienti affetti da Coronavirus? Se sì, come sono stati gestiti?

Certo, lavorando al Pronto Soccorso sono entrato a contatto con diversi malati di Coronavirus. All’interno della struttura ospedaliera è stata adibita una sala per i sospetti Covid con sintomi riconducibili alla patologia. In questo spazio, abbiamo raccolto informazioni generali sui pazienti, valutando l’esistenza o meno di patologie pregresse e l’avvenuto contatto con persone malate, poi li abbiamo sottoposti al tampone. Durante le prime settimane dall’inizio della diffusione dell’epidemia, i campioni raccolti venivano mandati a Roma per essere esaminati e questo richiedeva diversi giorni prima di riceverne l’esisto. Per velocizzare la procedura il laboratorio dell’ospedale è stato predisposto per analizzare i tamponi, riuscendo così a fornire i risultati nel giro di qualche ora.

Come hanno reagito i sospetti malati quando sulla base dei sintomi manifestati avete deciso di sottoporli a tampone?

Tutti avevano già sentito molte notizie in tv riguardo il Covid-19, pertanto erano al corrente dell’aggressività del virus e del fatto che in alcuni casi, soprattutto se associato ad altre patologie, può portare alla morte. Condotti nella sala adibita appositamente per il tampone e vedendo noi operatori vestiti con dispositivi di protezione diversi da quelli del resto del personale sanitario, cominciavano a supporre che fossero sospetti contagiati. Molti hanno iniziato a farci domande, altri diventavano ansiosi, taciturni, timorosi di aver contratto il virus. Io e i miei colleghi abbiamo sempre cercato di tranquillizzarli e di guidarli nel loro percorso di diagnosi e di cura. Credo sia questa la parte più importante del mio lavoro: diventare un punto di riferimento fondamentale per i malati ma anche per le loro famiglie. 

Ci sono stati molti morti presso la struttura ospedaliera dove lavori?

Lavorando al Pronto Soccorso, ho avuto solo un primo contatto con i pazienti Covid. Dopo il risultato del test, le persone che risultavano ammalate, a seconda della gravità delle condizioni sono state ricoverate nel reparto di malattie infettive o portate in una sala di rianimazione adibita appositamente al trattamento degli affetti da Coronavirus. Dai miei colleghi ho saputo che qualche morto c’è stato, soprattutto tra le persone anziane assistite nelle case di riposo del territorio. Il dato positivo è che la maggior parte dei pazienti è guarita ed è tornata a casa.

Qual è stata la cosa più difficile da affrontare?

Senza dubbio la paura di essere contagiato ma soprattutto quella di tornare a casa e contagiare i miei affetti. Noi infermieri siamo consapevoli del fatto che nel nostro mestiere il rischio infettivologico è sempre molto alto ma l’aggressività del Coronavirus e la sua velocità di diffusione ci ha messo di fronte a un nemico invisibile estremamente pericoloso e questo in alcuni casi ci ha reso psicologicamente vulnerabili.

Cosa vuol dire indossare per tante ore i dispositivi di protezione individuale?

Premesso che indossare i dispositivi non garantisce l’immunità pur riducendo le possibilità di contagio, lavorare tante ore con mascherina e tuta protettiva, comporta essere sottoposti a un forte stress psico-fisico in quanto queste vanno a limitare di molto la libertà nei movimenti. Indossando i DP diventa difficile espletare tutti i bisogni fisiologici durante il turno di lavoro, dall’andare in bagno al bere un sorso d’acqua. Inoltre soprattutto nei mesi primaverili queste protezioni sono state una fonte di calore notevole.

Cosa ne pensi del fatto che siano morti tanti infermieri, di cui due per suicidio e gli altri per aver contratto il Covid-19?

Per me è la prova di quanto questo virus possa essere pericoloso, non vada sottovalutato e di quanto basti poco, nonostante le protezioni, per rimanere contagiati. Per quanto riguarda i suicidi invece, penso che siano la dimostrazione del fatto che questa pandemia abbia reso noi professionisti sanitari più fragili psicologicamente e che ci abbia fatto sentire soli di fronte a qualcosa di così complesso da affrontare. Non siamo dei super eroi come ci hanno descritto, siamo degli esseri umani, con tutte le nostre paure e fragilità.

Ritieni che la preparazione degli infermieri nel nostro Paese sia adeguata ad affrontare emergenze sanitarie del genere?

Sì, penso che in Italia un infermiere riceva una formazione accademica e pratica abbastanza adeguata. Ovviamente ritengo che i colleghi che lavoravano nel reparto di malattie infettive già prima della diffusione del Covid-19, abbiano una preparazione ancora più specifica per affrontare questo tipo di emergenze, oltre a disporre di reparti già adibiti ad accogliere situazioni emergenziali come quella in corso. Nel complesso credo che il personale sanitario stia lavorando abbastanza bene. 

Ti sei sempre sentito tutelato sul lavoro durante questo periodo di emergenza sanitaria?

Per quanto riguarda l’Asl di Viterbo posso dire che da subito si è mossa per procurare immediatamente tutti i dispositivi di protezione individuale e permettere al personale sanitario di lavorare in sicurezza, al fine di fronteggiare al meglio la pandemia. 

Che risposta sociale avete ricevuto da parte delle persone di Viterbo?

Abbiamo notato una grande solidarietà e un’immensa considerazione per il lavoro svolto. Più di una volta durante turno di notte o la mattina abbiamo ricevuto in corsia cornetti, pizze e altro cibo fresco preparato dalle panetterie, dalle pizzerie e dai bar di Viterbo. Tutto ciò ci ha fatto davvero molto piacere, non tanto per il valore di ciò che ci veniva offerto, quanto per la gratitudine che le persone ci hanno dimostrato e che ci ha dato la forza per non mollare e andare avanti in un momento in cui eravamo sottoposti a turni estenuanti e a una pesante tensione psico-fisica.

Molte persone vi considerano eroi, tu ti senti un eroe?

Non siamo eroi, facciamo semplicemente il nostro lavoro al meglio delle nostre possibilità, come abbiamo sempre fatto. Questa pandemia ha solo messo in luce l’importanza del nostro ruolo all’interno del sistema sanitario nazionale, ponendolo in risalto davanti agli occhi di tutti. Spero solo che dopo la fine di questa epidemia il personale sanitario continui ad avere socialmente la stessa considerazione e che la nostra categoria lavorativa non cada di nuovo nel dimenticatoio.